Gio Paolo Schulthesius: una necrologia apparsa su “Lo Spettatore”, 1816 venerdì, Ott 4 2013 

Lo Spettatore, 1816, titolo

Schulthesius, necrologia (Lo Spettatore, Milano, 1816), incipit

Tratto da: “Lo Spettatore, ovvero mescolanze di viaggi, di storia, di statistica, di politica, di letteratura e di filosofia, diviso in parte straniera e in parte italiana”, Tomo Sesto, Milano, Presso l’Editore Antonio Fortunato Sella, 1816, Dai Torchi di Giovanni Pirotta, pp.93-95.

L’accademia italiana di scienze, lettere ed arti ha giustamente compianta la morte di Gio. Paolo Schulthesius[1], che nacque in Feckheim, piccolo villaggio del principato di Coburgo, ai 14 di settembre del 1748, e fu segretario della IV classe concernente le belle arti sin dalla prima istituzione in Livorno dell’accademia medesima. Sebbene nativo dell’Alemagna, può dirsi con qualche ragione divenuto italiano, attesoché sin dalla sua adolescenza, e segnatamente nel 1771 avuta occasione propizia d’esser condotto a viaggiar per l’Italia, non la lasciò mai più sino al termine della vita, ammiratore perpetuo della copia dei monumenti della sua antica grandezza ed estimator dell’ingegno e della vivacità naturale de’ suoi coltissimi abitatori. Il gran-duca Leopoldo che lo conobbe giovanissimo in Pisa verso la fine del 1772, benignamente accoltolo, si compiacque di nominarlo istruttore d’alcuni Tedeschi nello studio della Bibbia e della Morale cristiana. Aveva egli già percorsi in patria i rudimenti tutti della latina e della greca letteratura, e massimamente sotto la direzione del bravo Loehlein, versatissimo nell’erudizione sacra e profana. Passato di poi nel 1764 al ginnasio o liceo di Coburgo, e nel 1770 nella celebre università d’Erlangen, onde terminarvi il corso di belle lettere, apparò ancora la teologia, e si perfezionò nella musica, di cui Niccolò suo padre, contrappuntista abilissimo, gli aveva date quasi sin dall’infanzia le prime elementali lezioni sul clavicembalo. Con sì fatto corredo di sapere e colla reputazione ormai stabilitasi di costumi purissimi e intemerati, non dee recar maraviglia se i principali negozianti Alemanni e Olandesi, che per ragion di commercio dimoravano colle loro famiglie in Livorno, lo invitassero ardentemente a colà portarsi da Pisa e fermarvisi in qualità di direttore delle loro coscienze ed interprete de’ libri santi. In questa difficile e faticosa carriera ei corrispose perfettamente alle speranze che si erano di lui concepite. Nè le serie e frequenti, e non di rado affoltate occupazioni del suo ministero, nè le straordinarie ripetute vicende de’ tempi, nè tampoco le domestiche cure, dappoiché si scelse in consorte e dolce compagna della sua vita un’ottima femmina, che ha lasciata sconsolatissima senza prole, non poteron mai distrarlo dalla prediletta lettura dei più accreditati scrittori delle lingue dotte, dei classici più corretti italiani e dei prosatori e poeti in altri idiomi delle nazioni d’Europa, diversi de’ quali ei ben sapeva e scrivere e pronunziare. A questo continuo giornaliero esercizio nella piccola, ma sceltissima biblioteca ch’egli si era formata, dedicava le ore pochissime del suo riposo, e lo avvicendava coi musicali componimenti, tenendosi sempre in corrispondenza coi viventi professori più celebri di musica istrumentale e vocale, principalmente dell’Italia e della Germania, e procurandosi le migliori moderne opere pubblicate di qua e di là dalle alpi in materia di letteratura e di scienze. Unico suo diporto fu sempre quello, sino a che visse sano, di conversare cogli eruditi sì toscani che forestieri, d’informarsi dei libri nuovi nelle più cospicue tipografie di Livorno e di Pisa, di giovarsi delle amichevoli corrispondenze dei professori più insigni dello studio Pisano, e di godere spessissimo del prezioso tesoro della libreria Poggialiana, ricca di codici e di edizioni rarissime d’opere a stampa e massimamente del secolo XV, non meno che d’una collezione di stampe incise dai più valenti calcografi. Dal carteggio trovatosi fra le schede di quest’uomo raro per la riunione dell’eccellenti e caratteristiche qualità di mente e di cuore, si manifesta in quanta estimazione esso fosse presso dei letterati di maggior rinomanza, e quanto ei si studiasse di promuovere la teoria e la pratica della musica. Filosofo a un tempo e compositore egregio in quest’arte veramente divina, suggeriva ai professori della medesima quanto facesse mestieri non traviarla con falso gusto dal suo unico scopo, quale si è quello non di piacere allo spirito, ma di muovere il cuore. Delle varie suo opere intorno a tale argomento, applaudita in ispecial modo dagl’intendenti fu la dissertazione sulla musica da chiesa, con cui si chiude la seconda parte del primo volume d’atti e memorie divulgatesi nel 1810 dalla prelodata accademia. Sono in quella dipinti a vivi colori i sentimenti religiosissimi dell’autore quando segna i confini della musica destinata all’ecclesiastica liturgia e all’espansione del cuore umano cantandosi la gloria dell’Onnipotenza nel tempio augusto di Dio. Il testo e le note che servono ad illustrarla, stabiliscon le regole e i precetti da seguitarsi non solamente nella melodia o cantofermo ecclesiastico, ma eziandio nel canto a più voci, o nell’armonia come dicesi polifonica e concertata. Vi si notano, partitamente le differenze che passano tra le quattro specie di musica, cioè, da camera, da teatro, da caccia o da guerra e finalmente da chiesa. Non vi si risparmiano i mancamenti introdotti nell’ultima da alcuni maestri di cappella, e massime quello di moda corrente, e vale a dire l’abbandono delle fughe nobili e dignitose, proscritte dal Dilettante Rousseau, ed in vece di queste pedantesche ripetizioni delle medesime voci. Nulla d’affettato, tutto grande e sublime, poco solletico dell’orecchio, il modo armonico detto minore a preferenza del maggiore; i toni cromatici ed enarmonici; non mai brevi ritmi, né piccole misure di tempo (ad eccezione di qualche caso particolare di lirica drammatica sacra, o dei così chiamati oratorj); i mottetti ed i cori sempre allusivi alle parole della scrittura santa e particolarmente dei cantici dei profeti; il canto semplice o melodioso non accompagnato dagl’istrumenti, eccetto l’organo e l’arpa Davidica maestosamente suonata; e varie altre filosofiche riflessioni aggiunte a proposito, ed avvalorate dall’autorità dei maestri primarj di musica, tra i quali il Pergolesi, il Durante, il Jomelli, il Perez, l’Haydn, l’Hiller, lo Zingarelli, Bach, Mozart e pochi altri, formano i sommi capi e gli articoli fondamentali del codice musicale del vero stile da chiesa. Finisce l’A. col desiderio d’una convenevol riforma dei molti abusi introdotti dai cantanti nella casa di Dio, e del possibile perfezionamento dell’organo dietro alla tracce del clavicimbalo e del clavicilindro di Cladny, recentissimo promotor dell’Acustica, non meno che lodatore delle VIII cantate Omelie, che venute dalla Grecia in Italia vogliono nominarsi ambrosiane. Alla lettura di certi bellissimi passi di questa finissima analisi dei caratteri e della maestà della musica sacra, non può a meno di non esacerbarsi il dolore della morte immatura, accaduta il 13 dell’aprile decorso dopo trista e lunghissima malattia convertitasi in tabe, d’un filosofo e artista così consumato nel saper separare l’intima essenza, in cui consiste la vera musicale bellezza, dagli accidenti che l’accompagnano, dai vezzeggiamenti non suoi e dai falsi abbellimenti che la deturpano. Aggiungasi che quello scritto, modesto sì, ma più eloquente e più schietto d’una iscrizion lapidaria, è altresì una pittura fedele delle morali virtù dell’autore; imperocché leggendolo vi si scorge l’amico costante e sincero, la pulitezza, la cortesia, la severità del costume, l’affabilità, il sensato e nobil contegno, l’onesto brio, e più di tutto l’incessante amor dei suoi simili.

                                                                                                                                 Dalle N. L. di F.


[1] Questo dottissimo Tedesco, di cui l’Italia, divenuta sua patria adottiva, piange anch’essa la perdita, adornava di tratto in tratto lo Spettatore di qualche suo articolo. Suo lavoro sono, fra gli altri, le interessanti notizie riguardanti la letteratura alemanna, inserite ne’ precedenti quaderni.

                                                                                                                                                                            (Lo Spett.)

 

-> Scarica in formato PDF: Necrologia di Gio. Paolo Schulthesius.

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La Camera di Commercio di Livorno: breve nota sulle origini. giovedì, Set 1 2011 

Come ci raccontano Vittorio Marchi e Ugo Canessa nella loro mastodontica opera di 4 volumi sulla Storia della Camera di Commercio di Livorno(*), un antenato di questa istituzione puo’ essere identificato nella Deputazione formata dal Governatore della citta’, dai Consoli e da almeno quattro mercanti, creata nel 1642 per volonta’ del Granduca di Toscana. La Deputazione venne poi riformata nel 1692 e, dal 1717, venne chiamata Deputazione del Commercio o Consiglio del Commercio. In questo periodo i Deputati eletti erano otto, meta’ Toscani e meta’ stranieri: (altro…)

E’ il 1644* l’anno di fondazione dell’Antico Cimitero degli Inglesi di Livorno? Il testamento di Daniel Oxenbridge. martedì, Ago 23 2011 

* Nuovo Stile

Come chiunque puo’ verificare recandosi a Livorno, in Via Verdi, presso l’ingresso della “Misericordia” e dell’Antico Cimitero degli Inglesi, il Comune ha indicato il sito storico-monumentale con un piccolo pannello marrone che stabilisce il 1737 come anno di fondazione del cimitero. Questa data e’ sempre stata contestata dagli storici, visto anche che la prima lapide risale al 1646, ma alcuni avevano avanzato l’ipotesi che le tombe piu’ antiche fossero in realta’ state trasportate da ville private e messe nel cimitero a una data posteriore o coincidente con la data dell’autorizzazione ufficiale. L’evidenza suggerisce pero’ che questa spiegazione sia quantomeno inaccurata e che il cimitero sia stato fondato (altro…)

Jamaicani a Livorno sabato, Mag 8 2010 

Camminando tra le tombe dell’Antico Cimitero Inglese di Livorno, può capitare di trovarsi di fronte lapidi di persone provenienti da ogni parte del mondo. Livorno aveva, ovviamente, relazioni con molte città portuali e ogni sorta di prodotto transitava da qui grazie agli accordi tra mercanti di tutto il mondo.

Recentemente mi è capitato di notare un paio di iscrizioni riguardanti la Jamaica:

“Sacred to the memory of (altro…)

Una “scoperta” inattesa: il padre di Mariana Starke è a Livorno mercoledì, Apr 28 2010 

Durante un’analisi della Master List alla ricerca di errori e distrazioni, mi sono soffermato su un nome, Richard Starke. L’avevo visto altre volte ma probabilmente in modo distratto. “Starke” era per me sinonimo di Mariana Starke, la nota diarista di viaggio, ma (altro…)

Antico Cimitero Inglese di Livorno: frammenti venerdì, Apr 23 2010 

Proseguiamo sull’argomento dei frammenti. Ecco un esempio dettagliato del processo di analisi e attribuzione dei frammenti alle tombe originali tramite l’uso di alcuni semplici strumenti informatici.

Qualche giorno fa, durante la pulizia di una parte della zona C1, vicino alla tomba di Honoria Stacpoole,  abbiamo trovato tracce di (altro…)

Amelia Evans Barry (1744-1835) lunedì, Nov 9 2009 

Detail of Lewis Evans' Map of Delaware, 1755

Amelia Evans Barry si “materializzò” durante le ricerche in collaborazione con la mia lontana cugina Hélène Koehl (discendente di Amelia). Insieme riuscimmo a trovare il bandolo di una matassa piuttosto intricata e svelammo la sua identità. Alcuni punti chiave per la risoluzione del mistero furono: il nome di battesimo di una delle sue figlie Philotesia Jeannetta; uno scritto di Nicholas Brooke che rivelò il nome dell’autrice del romanzo  “Maria, a Persian slave” e il dizionario dell’ Ingamells che ci assistette più volte.

Hélène Koehl si mise quindi a scrivere la storia della sua antenata mentre io continuai (altro…)